Contro Alemanno, riecco il vizietto
L’antifascismo è una cosa seria, una tradizione politica e civile che è stata decisiva nella costituzione del nostro stato. Come tutte le cose serie, è segnato dall’ambiguità, dalle ferite della storia, dagli equivoci. La cultura antifascista italiana e i sentimenti che le corrispondono sono sfioriti nel tempo. Il superamento traumatico delle ideologie non ha risparmiato l’una e gli altri.

L’antifascismo è una cosa seria, una tradizione politica e civile che è stata decisiva nella costituzione del nostro stato. Come tutte le cose serie, è segnato dall’ambiguità, dalle ferite della storia, dagli equivoci. La cultura antifascista italiana e i sentimenti che le corrispondono sono sfioriti nel tempo. Il superamento traumatico delle ideologie non ha risparmiato l’una e gli altri. Con il crollo del muro di Berlino e la fine della Repubblica dei partiti, affondata dal peso codino della reazione togata dei primi anni Novanta, l’antifascismo è passato progressivamente dal rango di memoria nazionale e di fatto storico allo statuto minoritario e fazioso di filamento ideologico intollerante, un sostituto a tratti feroce ma non per questo meno sentimentale di illusioni perdute, che meritavano di perdersi. E’ parecchio sgradevole che in vista del ballottaggio a Roma dichiarazioni incaute, e perfino grottesche, adesso rilancino contro Gianni Alemanno una rumorosa insurrezione virtuale contro le “camicie nere” all’assalto del Campidoglio, come ha detto Massimo D’Alema. Alemanno, che oggi descriviamo senza nascondere niente in un superbo ritratto della sua parabola e del suo ingenuo romanticismo politico, è un candidato sindaco, punto e basta. Francesco Rutelli ha fatto assai bene, nel corso del confronto televisivo moderato con civiltà da Giovanni Floris su Raitre, a tenersi lontano, salvo qualche battuta col sorriso sulle labbra, dalla tentazione di scavare un solco antropologico là dove emerge solo un confine politico e amministrativo fra due visioni diverse della capitale e dei suoi problemi.
La campagna elettorale più sgangherata di tutti i tempi, quella del 13 e 14 aprile, ha avuto un nucleo interessante, e speriamo durevole, nel rigetto di ogni tentazione di superiorità antropologica da parte dei due leader in competizione. Sarebbe grottesco il riemergere in finale di partita di una pregiudiziale personale fondata su un antifascismo insincero, impraticabile se non nei termini della più strumentale e faziosa inimicizia ideologica. Gianni Riotta ha notato sul Wall Street Journal che le due nuove formazioni politiche uscite forti e competitive dalle elezioni hanno messo fine alla guerra fredda e ai suoi cascami italiani. D’Alema è troppo intelligente per non capire, al di là della battuta di un giorno, che rinnovare il grido di allarme antifascista non è un servizio reso alla Repubblica e al suo centro civile, ma solo alla stupidità generata da un opaco sentimento di frustrazione politica.
La campagna elettorale più sgangherata di tutti i tempi, quella del 13 e 14 aprile, ha avuto un nucleo interessante, e speriamo durevole, nel rigetto di ogni tentazione di superiorità antropologica da parte dei due leader in competizione. Sarebbe grottesco il riemergere in finale di partita di una pregiudiziale personale fondata su un antifascismo insincero, impraticabile se non nei termini della più strumentale e faziosa inimicizia ideologica. Gianni Riotta ha notato sul Wall Street Journal che le due nuove formazioni politiche uscite forti e competitive dalle elezioni hanno messo fine alla guerra fredda e ai suoi cascami italiani. D’Alema è troppo intelligente per non capire, al di là della battuta di un giorno, che rinnovare il grido di allarme antifascista non è un servizio reso alla Repubblica e al suo centro civile, ma solo alla stupidità generata da un opaco sentimento di frustrazione politica.